L'estate è già qui. La osservo muoversi tra le foglie degli alberi che passo a salutare ogni giorno.
Ogni
giorno percorro la stessa strada, nel tempo che appartiene soltanto al
movimento regolare delle gambe, all'aria che entra ed esce dai polmoni.
La musica sta nelle cuffie, i passi si allungano uno dopo l'altro e io
raggiungo il fiume dove mi fermo per qualche istante.
Il "mio" fiume è
un fiume in mezzo al cemento, è verde e pesante. Eppure il rumore delle
sue acque è leggero. Si adatta a ogni ansa e a ogni ostacolo.
Allontano la musica dalle orecchie, ascolto quella voce d'argilla per un po', come sempre.
Custodisco il momento come qualcosa di sacro.
Mi
sfiora qualche passante. Comincia a fare caldo. Siamo in pochi su
questo ponte. Un ragazzo che corre, una donna che fissa lo smartphone,
un signore che taglia l'aria con la bici. Tutto questo mi appare come
una strana forma di vicinanza. Ognuno si perde nel suo ritmo, in un
ritmo collettivo.
Il mio ritmo fra poco si assesterà su altri passi, fra le studiate simmetrie delle ore da costruire poco a poco.
Mi
aspettano dei giorni lunghi in cui inventare il tempo, poi gelati
sciolti sulle dita e sguardi costanti, sguardi attenti. E quella
dedizione dolce ed estenuante che basterà un sorriso a ripagare tutto.
Tra poco le mie mani stringeranno costantemente altre mani, mani piccole
che non stringono mai con la forza giusta: o troppo piano o troppo
forte, fino a fare male. Mani che a volte si chiudono sulle orecchie e
altre volte inseguono il riflesso del sole sull'acqua. E io dovrò essere
una sponda, un argine morbido.
Davanti a me c'è la strada verso
casa, il riverbero del caldo sull'asfalto. Raccolgo i miei pensieri e
qualche sensazione da lasciare sulla pelle. Il fiume si fa distante alle
mie spalle ma in qualche modo mi accompagna. Gli affido la mia estate e
ciò che non so dire.
22 giugno 2026
Passaggio
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